Dove vanno a finire i soldi delle nostre tasse

il governo Berlusconi mentre amministra oculatamente i soldi dei cittadini

E’ stato recenemente pubblicato un rendiconto ufficiale dei primi tre mesi di lavoro del Governo Monti.

Nel rendiconto c’è, tra le altre cose, un capitolo dedicato ai tagli operati nella spese di gestione della presidenza del Consiglio.

Viene evidenziato come, in soli tre mesi, palazzo Chigi abbia già risparmiato più di 40 milioni di euro. In particolare  “12,2 milioni di euro sono risparmi conseguiti da tagli per gli uffici di diretta collaborazione relativi al presidente, ai ministri senza portafoglio e ai sottosegretari presso la presidenza del Consiglio” e “per quanto riguarda i trasporti aerei di Stato, c’è stata una contrazione significativa dei voli pari al 92%, con un risparmio complessivo di 23,5 milioni”.

Ok, bravo Monti e il suo governo. 40 milioni di risparmi in tre mesi. Chapeau.

Questo però significa che, facendosi due conti della serva, visto che parliamo di un solo trimestre,  con i governi precedenti spendevano regolarmente circa 160 milioni di euro l’anno tra personale in eccesso,  consulenze a dir poco generose negli uffici della presidenza del consiglio e voli di stato probabilmente di troppo, tipo quelli di Calderoli o quello famoso di Mastella e Rutelli per andare a vedere il gran premio di Monza.

Ossia, 160 milioni di euro l’anno che, da circa 20 anni a questa parte, sono costantemente e regolarmente andati a finire nel cesso. Per la modica cifra di 3 miliardi di euro, su per giù.

Ricordatevene la prossima volta che qualcuno proporrà di aumentare ulteriormente le accise presenti sul carburante  (già ad inusitati livelli da record del mondo) per trovare i 500 milioni di euro da destinare al F.U.S., definendo la manovra “un piccolo sacrificio che gli italiani saranno lieti di fare”.

L’Italia del 1957

Bei tempi. Certo che i politici dell’epoca erano dei dilettanti.. “solo” il 37% di pressione fiscale  (tuttavia avevamo già una certa tendenza a macinare poco invidiabili record in questo campo) .

Grazie Rebuffo per la segnalazione

 

L’Italia deve fallire.

Un Brindisi al futuro fallimento dell'Italia

Da un po’ di tempo ho preso l’abitutine di auto-inviarmi per e-mail, contrassegnati con un certo tag nell’oggetto (di modo che mi vadano a finire in una certa label di Gmail)  gli articoli su cui mi piacerebbe scrivere un commento o fare una riflessione su questo blog.  Ovviamente la quantità di cose che vorrei commentare è molto più ampia di quella su cui poi riesco effettivamente a scrivere qualcosa. Quindi in questa label di Gmail tende ad accumularmisi un po’ di roba. Stasera sono in vena di fare un post, quindi vado a dare un’occhiata al mucchio di link e di articoli che mi sono messo da parte, e scorrendoli mi faccio la classica domanda del blogger in erba: su cosa lo scriviamo il prossimo post?

Dunque, vediamo… ah ecco, potrei scriverlo magari su quanto emerso dalla commissione presieduta dal presidente dell’Istat Giovannini, ossia sul record di retribuzione dei parlamentari italiani rispetto ai loro colleghi europei, con stipendi che arrivano fino a 16.000 euro al mese.

O magari sull’articolo in cui si parla dello stenografo del senato pagato come il Re di Spagna, con una imponente busta paga da 290 mila euro lordi l’anno.

O anche, perché no, sul fatto che mentre la situazione in Italia è quella che è, Schifani, Casini e Rutelli non trovano niente di meglio da fare che andarsene in vacanza alle Maldive per capodanno in un lussuoso resort 5 stelle.

Credo sia il caso di aprire una piccola parentesi su questo. Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci: non c’è niente di male nel farsi una vacanza alle Maldive. Se uno i soldi che possiede se li è guadagnati onestamente, ha tutto il diritto di spenderli come vuole. Diciamo però che in questo paese i Politici non sono propriamente famosi per l’essere tipi che si guadagnano il pane onestamente. O per essere tipi che quando vanno in un posto in vacanza si pagano tutto di tasca loro. Generalmente hanno anzi la brutta abitudine di avere qualcun altro che paga per loro. E generalmente quel qualcuno, indirettamente, siamo noi.

Tutte queste premesse quindi lasciano facilmente intuire per quale motivo a molte persone si sarà inarcato il sopracciglio vedendo la foto in cui Schifani, Rutelli e Casini brindano tutti insieme in quel di Madhiriguraidhoo, e la cosa credo sia del tutto comprensibile. Ma al di là di questo, anche ammettendo che i tre politici in questione siano persone onestissime, stimatissime, e che si siano strameritati onestamente tutto quello che hanno guadagnato, fino all’ultimo centesimo, il punto è un altro. Credo sia infatti legittimo nutrire qualche perplessità, guardando la foto uscita sui giornali relativa al brindisi di capodanno, in merito al fatto che i soggetti in questione, tutti insieme appassionatamente, alzino il calice brindando al nuovo anno con ampi ed ammiccanti sorrisi, come si fa tra grandi amiconi di vecchia data. Fatemi capire, ma questi personaggi sono gli stessi che, quando sono in Italia, partecipano allo squallido teatrino delle trasmissioni televisive, o alla messinscena delle animose discussioni in parlamento, fingendo di non tollerarsi, di essere “avversari politici”, di accapigliarsi su cavilli procedurali e questioni di principio, e di avere opinioni radicalmente diverse praticamente su tutto? Voglio dire, capisco la civiltà, il rispetto dell’avversario politico, capisco che non necessariamente ci sia bisogno di guardarsi sempre in cagnesco, ma qui mi sembra si vada un po’ oltre. Io Barack Obama che fa la vacanza di Capodanno in intimità, in una località esotica, insieme a McCain, con le rispettive famiglie al seguito, con sorrisi a 32 denti durante il brindisi augurale  alla cena di capodanno, non so perchè, ma non riesco proprio ad immaginarmelo. Chissà come mai, mi chiedo. Fine della parentesi.

Continuo a scorrere i vari titoli degli articoli che mi sono girato nella mia mailbox,  e scopro che tutto questo accade  mentre l’istituto Bruno Leoni pubblica una ricerca da cui si evince che Ruanda, Zambia, Ghana e Namibia hanno più attrattiva dell’Italia per chi deve avviare un’impresa.

Mentre la spesa pubblica Italiana oramai si attesta oramai stabilmente oltre la cifra monstre di 800 miliardi di euro

Spesa pubblica italia valore assoluto

La spesa pubblica in Italia dal 1980 ad oggi (valori assoluti)

E mentre la pressione fiscale, ossia i soldi che vengono sequestr… oops drenati dal fisco a quei pochi masochisti che ancora producono ricchezza in Italia, nel 2012 raggiungerà il nuovo record storico

Ce n’è abbastanza. Mi arrendo.

Stasera avrei voluto commentare qualche articolo, ed invece man mano che scorro i titoli mi viene la depressione,  e mettendo in fila la storia che questi articoli mi raccontano, la conclusione, purtroppo, non può che essere una.

L’Italia deve fallire.

L’Italia deve fallire perché un paese in cui uno stenografo, solo per avere la fortuna di ritrovarsi a lavorare all’interno del senato, è pagato 290 mila euro l’anno, ed un giovane ricercatore universitario con due lauree 800 euro al mese, con contratto precario, è un paese che non è degno di considerarsi un paese civile.

L’Italia deve fallire perché i nostri parlamentari, pur prendendo 16.000 euro al mese di indennità, pagano i loro portaborse 500 euro al mese, in nero,  intascandosi in questo modo la differenza sulla quota (circa 4000 euro) che sarebbe a loro destinata. Non deve forse fallire un paese in cui gli stessi parlamentari che si lamentano del fatto che gli italiani non pagano le tasse, nel parlamento, nel luogo in cui si fanno le leggi al cui rispetto sono chiamati tutti i cittadini, hanno gente che lavora in nero alle loro dirette dipendenze?

L’Italia deve fallire perché in nessun paese al mondo un sito internet per il turismo viene a costare 45 milioni di euro ai contribuenti.

Deve fallire perché un paese come il nostro, con il nostro debito pubblico, non può permettersi un Quirinale che costa il doppio dell’Eliseo, quattro volte Buckingam Palace, otto volte il cancellierato tedesco.

Deve fallire, perché è chiaro a tutti che la ragione che ci sta conducendo sull’orlo del baratro è l’eccesso di spesa pubblica. E’ chiaro a tutti che c’è una correlazione diretta e spietata tra l’aumento di spesa e l’aumento di pressione fiscale. E’ chiaro a tutti che l’ulteriore aumento della pressione fiscale (già a livelli che sono da record del mondo) incide negativamente sull’economia, causando recessione e quindi ulteriore squilibrio nei conti pubblici. Ma nonostante sia chiaro a tutti tutto ciò, la classe politica, invece di fare l’unica cosa sensata possibile, ossia aggredire la spesa pubblica con una lotta senza quartiere agli sprechi ed alle inefficienze, continua a perpretare indisturbata i suoi sperperi come se nulla fosse, anzi pretendendo sempre più soldi dai suoi cittadini, in modo sempre più prepotente ed arrogante, in percentuale sempre maggiore, accecata da una avidità e una cupidigia insensata ed autolesionista, per poter continuare a spendere sempre di più, nel disperato, velleitario e suicida tentativo di mantenere inalterato uno status quo che è riuscito a sopravvivere per anni solo traslando  i costi delle sue inefficienze sulle future generazioni, generando debito.

L’Italia deve fallire perché la nostra classe dirigente cialtrona e parassitaria, che vive di spesa pubblica, giunta sull’orlo del baratro, anzichè fare un passo indietro, ha continuato a marciare verso il precipizio, pretendendo  il rispetto di norme fiscali, burocratiche e giuridiche dettate non dalla razionalità, dall’opportunità o dall’efficienza, ma piuttosto dalla presunzione di appartenere ad una casta e di volersi preservare nel proprio status e nei propri privilegi, costi quel costi. Norme che sono in realtà incompatibili con qualsiasi ipotesi di crescita economica e con qualsiasi paese civile industrializzato. Norme che hanno trasformato l’Italia in uno stato di polizia tributaria, sbilanciando in modo arrogante e autoritario il rapporto tra stato, fisco e cittadini, e trasformandoci tutti in sudditi da vessare piuttosto che in cittadini da rispettare.

L’Italia deve fallire perchè la burocrazia e il modo con cui è amministrata la giustizia ne fanno un luogo ostile sia per gli imprenditori italiani sia per quelli stranieri. Deve fallire perché si è raggiunto oramai un punto di rottura nel nel pretendere che i cittadini italiani in grado di farlo continuino a produrre ricchezza per poi vedersela espropriata in massima parte dallo stato, con una pressione fiscale che arriva nel caso delle imprese a superare abbondantemente il 60%.

Deve fallire perché non è tollerabile che ci siano aziende con crediti nei confronti della pubblica ammistrazione per milioni di euro, a cui però la stessa pubblica amministrazione, per mezzo del suo braccio armato Equitalia, intima di pagare tasse su presunti redditi teorici derivanti da soldi mai avuti, di cui è debitore lo stato stesso. Utilizzando gaglioffamente armi come le ganasce fiscali o il sequestro di beni personali, applicando sulle somme dovute tassi usurai superiori a quelli applicati dal peggior cravattaio, e riducendo così sul lastrico persone che hanno fatto il loro lavoro onestamente, dichiarando allo stato le loro entrate, e la cui unica colpa è quella di essersi fidate di uno stato canaglia e farabutto, che da una parte non ti dà i milioni che ti deve, e dall’altra ti intima di pagare centinaia di migliaia di euro di tasse su soldi che non hai mai incassato, per sua stessa colpa.

L’Italia deve fallire perché oggi, con questo livello di oppressione fiscale e burocratica, non esiste alcuna possibilità per una impresa di stare sul mercato globale e di sopravvivere, e quindi non esiste alcuna possibilità per l’economia italiana di crescere. Il risultato è che quelli che producono ricchezza netta, non sussidiata dallo stato, sono costretti a chiudere, a ridurre il proprio giro di affari o a trasferirsi altrove. E giunti a questo punto lo stato può anche tentare di confiscare, di ricattare, di perseguire tutti gli imprenditori trattandoli come dei presunti evasori fiscali a prescindere, cercando di incatenarli e ricondurli nel ruolo che hanno sempre avuto, quello dei polli da spennare. Ma non li può costringere a produrre alle sue condizioni.  Molto più semplicemente, giunti al punto di rottura, gli imprenditori chiudono e se ne vanno, perché sanno perfettamente che non è possibile stare sul mercato pagando un prezzo così alto in termini di tasse, burocrazia e inefficenza statale. E se i produttori di ricchezza netta se ne vanno, chi è che verserà le imposte a tutti i parassiti statali che campano grazie a ciò che su quella ricchezza netta viene drenato e girato allo stato? Come dice Rebuffo nella sua splendida e fredda analisi della situazione attuale,  eliminati loro, ci rimarrà soltanto una giusta redistribuzione della miseria.

L’Italia deve fallire perché nell’era di Internet e dell’informazione, chiunque, CHIUNQUE, dotandosi di un semplice computer e di una connessione ad internet, spendendo semplicemente un po’ di tempo per informarsi, avrebbe potuto molto facilmente rendersi conto di tutto questo, di tutte le nefandezze perpretate ai nostri danni, delle quotidiane storie di malaffare, tracotanza, approssimazione, incoscienza della squallida classe politica che vive alle nostre spalle. Avremmo potuto essere informati, avremmo potuto essere vigili, avremmo potuto punire i cattivi amministratori togliendogli il nostro voto, avremmo potuto premiare gli onesti concedendogli la nostra fiducia. I nostri nonni avevano la scusa di non avere i mezzi, di non avere la conoscenza, di non avere modo di poter controllare da vicino l’operato dei loro amministratori. Noi invece abbiamo l’istruzione minima necessaria,  abbiamo i mezzi, abbiamo a disposizione tutte le notizie del mondo in tempo reale,  e volendo l’intero scibile umano. Basta avere un computer, una connessione ad internet, ed un po’ di tempo e di buona volontà per attingervi. Abbiamo una enorme responsabilità in questo senso rispetto ai nostri padri, e rispetto ai nostri figli. Non abbiamo scusanti o attenuanti. Disinteressarsi di ciò che fa chi decide dei nostri stessi destini, delle nostre vite, del nostro futuro, oggi più che mai, è un incredibile ed insensato suicidio collettivo. E, soprattutto, è la condanna ad una vita peggiore, per noi e per le future generazioni. Lo sappiamo. Ne siamo consapevoli. Avremmo potuto evitarlo, molto semplicemente, senza troppo sforzo.

E invece li abbiamo lasciati fare, ci siamo lasciati  governare da una masnada di intrallazzatori, corrotti, cialtroni, incompetenti e farabutti. Ci siamo disinteressati di chi amministrava le nostre stesse vite,  ci siamo lasciati vessare, ci siamo lasciati togliere la libertà poco a poco, ci siamo lasciati defraudare di tutti i nostri averi, ci siamo lasciati imporre leggi degne del peggior regime autoritario come il “prima paghi, poi contesti e vediamo se hai ragione” applicato alle notifiche di Equitalia, o il concetto che lo stato possa tranquillamente andare a ravanare quando vuole nei nostri conti correnti, entrando nella vita di tutti noi, avendo diritto di sapere tutto ciò che facciamo, in ogni momento, in qualsiasi luogo, per qualsiasi motivo,  nel silenzio, nel disinteresse, e a volte anche nell’approvazione della maggioranza del paese. E adesso ci stiamo facendo prendere in giro da una classe dirigente che vuole farci  credere che il problema dell’italia siano gli evasori fiscali che si rifiutano di versare allo stato più del 60% di quello che hanno guadagnato con il sudore della fronte (tra l’altro senza avere praticamente nulla in cambio), e non quelli che di questa montagna di soldi raccolti fanno strame, dilapidandoli, scialacquandoli, sottraendoli alla collettività ed utilizzandoli per i fini più biechi. Chi è, in finale, il vero parassita della società? La risposta è semplicissima, ovvia, eppure nonostante sia così semplice molti, moltissimi, ci sono cascati.

Per tutti questi motivi, l’Italia deve fallire.

E’ giusto. E’ sacrosanto. E, soprattutto, ce lo meritiamo.

Ed è forse l’unico modo possibile per mettere fine a questo stato di cose,  e sperare di poter tirare una riga e ricominciare da capo, imparando dai nostri errori.

La Grecia è fallita.

No, questo post non contiene un link ad un articolo di giornale che parla del fallimento della Grecia. Nè ad una qualche notizia di agenzia contenente la dichiarazione di qualche istituzione europea in merito. O un link a qualche video di Telegiornale che dà questa notizia.

Penso però che sia ora di finirla con questa ridicola pantomima. La Grecia è fallita da un pezzo, nei fatti, e tutti dobbiamo esserne consapevoli.

Queste sono le quotazioni che vedo al momento su Bloomberg dei Bond Greci con scadenza un anno

Greece Bond 1yr over 400%

Non c’è nessun errore ed avete letto benissimo: 404% di interesse.

Chi vuole farlo questo affare? Investite oggi 10.000 euro in titoli di stato Greci.. tanto la Grecia non fallirà, verrà salvata dagli aiuti europei, e così voi in appena un anno avrete indietro i vostri 10.000 euro al 404% di interesse annuo, ossia la modica cifra di 50.400 euro (i 10.000 iniziali + i 40.400 di interesse). E’ un affarone no? Se credete che i soldi in Grecia crescano sugli alberi, ovvio.

Quella quotazione significa una sola cosa, semplicissima: nessuno al mondo sano di mente, in questo momento, si sognerebbe di prestare i suoi soldi per un anno alla Grecia sperando di vedersi riconosciuti, tra un anno, a scadenza, gli interessi ed il valore nominale del titolo. Va da sé quindi che la Grecia è già fallita, da un pezzo.

E allora adesso fatevi due conti ed immaginate di quanto sarà l’haircut sul debito Greco, e vi dico subito che qualsiasi numero inferiore alla soglia dell’80% è esageratamente ottimistico.

Leggi l’articolo completo

Index of economic freedom

http://www.heritage.org/index/Ranking

L’Italia, manco a dirlo, è al 92° posto, dietro l’Azerbaijan ed il Libano.

Nella sezione “Mostly Unfree”.

Avanti Tutta!

Titanic
Sarà capitato immagino anche a voi. Sera del 30 dicembre, ti metti davanti al pc per fare le solite cose: controllare la posta, dare un’occhiata alle notizie, insomma le cose che fai oramai quasi in automatico senza neanche rendertene conto. Trovi un articolo interessante e ti metti a leggere, link ad un altro sito per approfondire, ne trovi un altro, e da lì inizi a seguire link su link, dimenticandoti completamente da dove eri partito, quale era il tuo scopo e quale è la tua meta. Nel frattempo però un nuovo mondo, fino a quel momento sconosciuto, si apre davanti ai tuoi occhi.

Ecco, questa per me è una di quelle sere. Leggendo notizie quà e là, arrivo non so come su un sito di informazione finanziaria e scopro l’esistenza di Paolo Rebuffo, analista finanziario e blogger. Il sito in questione è “Rischio Calcolato“. Rebuffo firma i suoi articoli con il nick “Funny King” (traduzione letterale in inglese di “Re buffo”). Qui c’è l’elenco di tutti i suoi articoli.

Inizio a cliccare qua e là e scopro una simpatica intervista con Leonardo Facco (autore tra le altre cose del libro “Elogio dell’evasore fiscale”, un libro che mi ha colpito molto, e che consiglio sinceramente a tutti come stimolo di riflessione sulla questione del rapporto cittadino / stato) in cui ci si interroga sulla possibilità di aprire un conto corrente in Austria, stato in cui il segreto bancario è sancito nella costituzione, al fine di sfuggire alle grinfie di “Serpico”, il sistema che a partire dal primo gennaio inizierà tra l’altro a ravanare nei conti correnti di tutti i contribuenti italiani (e non so a quanti, come a me, la notizia dell’istituzione di questo sistema ha fatto venire in mente purtroppo il film “Le vite degli altri”, in cui solerti funzionari della Stasi nella ex-DDR al soldo dei politici organizzavano “centri d’ascolto e spionaggio” di liberi ed onesti cittadini, senza notizie o sospetti di reato, al solo scopo di sperare prima o poi di coglierli in fallo perché in fondo sotto sotto “ognuno di noi ha qualcosa da nascondere”).

Guardo poi con gusto uno spezzone di Matrix in cui Rebuffo, spalleggiato da Oscar Giannino (un altro dei miei miti, il podcast di “Nove in Punto, la versione di Oscar” è indubbiamente il più gettonato nella queue del mio gestore di podcast Google Listen) dichiara candidamente in presenza di Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate e deus-ex-machina di Equitalia (il braccio armato del fisco italiano), che il livello di tassazione raggiunto è oramai insopportabile, e che non ha senso continuare a pagare le tasse per foraggiare un sistema di sprechi e di inefficienze, e che quindi dal prossimo anno le tasse non le pagherà più. E la cosa bella è che Rebuffo ha ragioni da vendere, e chiunque guardi quello spezzone di trasmissione se ne può rendere conto.

Bene, ce n’è abbastanza per invogliarmi a leggere qualche articolo di Rebuffo, che dopo questi due piccoli “contenuti multimediali” ha già scalato vertiginosamente le mie personali classifiche di gradimento.

Quello che leggo, purtroppo, è sì estremamente interessante come mi aspettavo, ma non è affatto bello. E realizzo, solo stasera e con colpevole ritardo, che la situazione è seria. Anzi, è più che seria. Direi che è disperata. Al di là delle opinioni, del credo politico di ognuno, o della incrollabile fiducia nella fantomatica “capacità degli Italiani del saper venir fuori in extremis dalle difficoltà”, basta purtroppo mettere insieme una serie di fatti per rendersene conto. Poi se uno non vuol guardare la realtà, padronissimo. Qui però parliamo di numeri e di situazioni oggettive difficilmente opinabili.

Una decina di giorni fa i nostri media ci hanno raccontato che l’ultima asta dei BOT a 6 mesi era andata alla grande, con rendimenti dimezzati. Certo, Rebuffo ci spiega perché, grazie al mercato dei BOT a 6 mesi “drogato” dall’intervento della BCE (d’altronde era notizia di pochi giorni prima che la BCE aveva dato 500 miliardi a tasso agevolato dell’1% alle banche Europee)

Ci hanno poi detto pochi giorni orsono che l’ultima asta dei BTP e CCT a medio termine (5 / 7 / 10 anni) non era andata benissimo come quella dei BOT a 6 mesi ma in fondo non ci si poteva lamentare più di tanto. Rebuffo invece ci spiega, numeri alla mano, per quale motivo è stata un vero e proprio disastro.

La strada appare oramai segnata, e la destinazione purtroppo è chiara: continuando così, si va dritti verso la bancarotta. E il motivo è molto semplice, per dirla con le parole di Rebuffo: “è stato deciso di tirare a campare senza incidere sul cancro che uccide l’Italia ovvero la sua gigantesca, corrotta e inefficente Spesa Pubblica [...] Come noto, il deficit di uno stato è la differenza fra quanto lo stato spende e quanto riesce a drenare da cittadini e imprese con le tasse o altre forme di entrata [...] La quantità di risorse drenabili dipendono da i soggetti che producono ricchezza netta, ovvero ricchezza che non discende da trasferimenti statali. Oggi gli Italiani produttori di ricchezza netta, nella migliore delle ipotesi, sono in forte sofferenza (cioè ne producono meno) nella peggiore stanno chiudendo bottega magari per trasferirla oltre le alpi.
Cosa pensate che accadrà alle presunte entrate fiscali dei prossimi mesi? Datevi una risposta e poi chiedetevi come mai quei cattivoni degli speculatori, categoria alla quale, a questo punto, io mi vanto di appartenere, non ci pensano neanche a comprare il debito pubblico italiano” (qui l’articolo completo)

Parole sante. Dal basso della mia ignoranza, io mi chiedo: ma perché lo Stato viene a dirci ogni giorno che non ci sono soldi, che non ci sono risorse, che bisogna fare sacrifici, e poi è sotto gli occhi di tutti il fatto che gli sprechi ed i privilegi per alcuni continuano esattamente come prima (anzi forse di più)?
Mi viene in mente a questo punto un articolo letto qualche giorno fa sull’edizione romana del Corriere della Sera. Il titolo era “La carica dei dipendenti del comune di Roma. Sono 62 mila e crescono ancora”. 62 mila dipendenti. Un numero assolutamente spropositato, se si pensa che alcune delle più grandi aziende italiane, come Enel ad esempio, vanno avanti sul mercato internazionale con la metà dei dipendenti. Da quando si è insediata l’amministrazione guidata da Gianni Alemanno, dice l’articolo, le assunzioni sono andate avanti a passo di carica. Tremilacinquecento assunti in più dal 2008 al 2010.
Sì, avete capito bene. In un periodo in cui viene tassato tutto il tassabile, in cui si chiede ai pensionati di rinunciare all’indicizzazione del costo della vita, lo Stato, quello stesso Stato che ci viene chiedere inenarrabili sacrifici perché dobbiamo rimettere i conti pubblici i sicurezza ed i soldi non sono abbastanza, consente dall’altra parte a qualcuno di continuare indisturbato a sperperare i nostri soldi, aggiungendo 3500 impiegati ad una elefantiaca ed inefficiente struttura pubblica le cui dimensioni già 3 anni fa (con 3500 dipendenti in meno) erano semplicemente sbalorditive.

Voglio dire, pensiamo alla metafora della “diligenza del buon padre di famiglia”,  utilizzata spesso dai nostri legislatori all’interno dell’ordinamento normativo e giudiziario. In buona sostanza qui abbiamo un padre di famiglia, lo Stato, che rientra a casa una sera e dice “cari miei, mi dispiace ma dobbiamo rinunciare ai divertimenti, alla palestra, ad andare al cinema, ma non solo: dobbiamo anche tirare la cinghia e mangiare un po’ di meno, rinunciare all’acqua calda quando possiamo, rinunciare al riscaldamento se possiamo. Certo, staremo più freschi, rischieremo di prenderci magari qualche malanno. E’ tuttavia inebitabile, perché dobbiamo assolutamente risparmiare. Vostro padre ha tanti debiti e continuando di questo passo non riusciremo più ad andare avanti ed a fare fronte alle bollette.”.
Ecco, io me lo immagino il nostro stato / padre che mi fa questo discorsetto,  peccato però che in questo toccante quadro familiare, nella mia immaginazione, il padre in questione sia vestito di tutto punto in un elegante abito griffato appena comprato in una costosa boutique del centro, abbia una bottiglia di champagne in mano, sia circondato da tre o quattro donne di facili costumi, abbia la Mercedes ultimo modello in garage e continui ad andare tutte le sere al night club per passare la serata. E ovviamente, prima di rientrare, come sempre, a mattino inoltrato, non manchi di fare una puntatina al casinò, e magari di tanto in tanto anche all’ippodromo.
E quindi in questo quadretto se fossi io uno dei figli mi verrebbe spontaneo dire “Oh babbo, io li faccio i sacrifici, però forse è il caso che anche tu inizi a rinunciare a qualcosina, che ne dici?”. Perché il punto è che da anni sento dire in giro che “anche se si tagliasse sulle indennità il risparmio sarebbe minimo”, “ma tanto se si tagliano le spese sulle diarie la cosa sul bilancio incide in minima parte”, “ma tanto il peso di quell’ ente sul bilancio complessivo dello stato è trascurabile” e via dicendo.. però caro babbo, io capisco che un abito griffato ogni tanto non è quello che ci manda alla bancarotta, capisco che una bottiglia di champagne in più o in meno non ci manderà certo sul lastrico, capisco che una puntatina al casinò non sia l’elemento che da solo deprime il bilancio familiare annuale, capisco che non sarà una puntatina ai cavalli ogni tanto a farci restare al verde, capisco che dare 50 euro ad una dama di compagnia una sera nel contesto più ampio di un bilancio familiare globale pesi alla fine molto poco, però sai, penso anche che l’abito griffato, più lo champagne, più il Mercedes, più le dame di compagnia, più il Casinò, più le puntate all’ippodromo, tutte le sere, tutti i giorni, per tutto l’anno, eh beh, forse qualche differenza alla fine dell’anno nel bilancio complessivo la fanno, tu cosa ne dici? Ed in ogni caso, con che faccia tu che fai questa vita ti presenti a casa nostra a chiedere sacrifici a tutti noi che ci alziamo alle 6 del mattino ed andiamo a lavorare tutti i giorni affinché tu possa permetterti il tuo dissennato tenore di vita?

Ecco, in fondo io penso che il succo della questione sia tutto qui. Ci vengono a dire che le risorse non ci sono, ma la cosa è palesemente falsa. In un paese dove non ci sono risorse, non ci sono sprechi, perché non c’è niente da poter sprecare. Se gli sprechi continuano (e tutti sappiamo che continuano), vuol dire che le risorse non è vero che non ci sono: ci sono, solo che vengono utilizzate male.
Ci vengono a dire che se tutti pagassero le tasse noi staremmo meglio, e la colpa è tutta degli evasori fiscali. Balle. Se tutti pagassero le tasse, lo stato anziché sprecare tutti i miliardi che già oggi spreca, ne sprecherebbe ancora di più, e noi saremmo nella stessa identica situazione. Il problema dell’Italia non è la mancanza di risorse, è il dissennato uso che la politica fa di queste risorse. Le risorse ci sono, basterebbe semplicemente iniziare ad usarle bene.

Purtroppo, tutti sembrano essersi resi conto del fatto che la situazione appare senza via d’uscita, visto che la classe politica sta continuando imperterrita le sue scorribande ed i suoi sperperi esattamente come prima. Più di qualsiasi altra cosa, parla purtroppo un grafico estratto dal “Supplemento mensile al Bollettino Statistico che tratta di Moneta e Banche”, pubblicato sul sito di Bankitalia, nelle cui prime pagine campeggia regolarmente un grafico aggiornato (qui il documento originale). Non so a voi, ma a me questo grafico ha fatto accapponare la pelle.
grafico moneta circolante
Signori, questo grafico, che esprime sostanzialmente l’ammontare della moneta circolante in Italia (considerando anche l’ammontare dei depositi bancari) dice in modo chiaro ed inequivocabile che la fuga dalle banche italiane è già in atto. E’ stato lanciato il “si salvi chi può” e chi può sta correndo a ritirare i capitali dalle banche per metterli al riparo altrove. Qui è disponibile l’articolo originale completo (sempre dell’ottimo Rebuffo) che vi spiega tutto per filo e per segno. Quel grafico evidenzia chiaramente il fatto che da qui a breve le banche rischiano seriamente di dover fronteggiare una crisi di liquidità. Da parte mia mi limito sommessamente a far notare che generalmente questo tipo di fenomeni sono precursori di un Default.

E penso allora a quanto riporta la pagina di Wikipedia alla voce “Titanic”.

Il 14 aprile, dopo quattro giorni di navigazione, intorno alle 13:30 il capitano consegnò a Bruce Ismay un messaggio appena ricevuto dal vapore Baltic, che segnalava la presenza di ghiaccio a 400 km sulla rotta del Titanic. Il direttore della White Star non diede eccessivo peso alla cosa e giudicò sufficiente spostare la rotta del transatlantico sulla Outward Southern Track, un corridoio di navigazione concordato per le navi di linea. Alle 13:45 arrivò un messaggio del piroscafo Amerika, che inspiegabilmente non giunse al ponte di comando, mentre nel pomeriggio un altro avviso, questa volta dal Mesaba, non fu consegnato. Un terzo importantissimo marconigramma giunse infine dal mercantile Californian, che sostava bloccato dai ghiacci a poche decine di miglia a nord-ovest dal Titanic: nel messaggio veniva segnalata la presenza di un enorme campo di iceberg proprio sulla rotta del transatlantico, ma anche questo messaggio non venne tenuto in considerazione. Anzi, il marconista Phillips rimproverò l’operatore del “Californian” per aver interrotto il suo lavoro con la stazione telegrafica di Capo Race, in Terranova, impegnata nello smistamento dei messaggi privati dei passeggeri. Intorno alle 21:00, il capitano lasciò il salone ristorante e salì in plancia: col secondo ufficiale Lightoller discusse le condizioni eccezionalmente calme del mare e ordinò di diminuire la velocità in caso di foschia, quindi si ritirò in cabina

Alle 23:35 il Titanic si sarebbe andato a schiantare contro un gigantesco Iceberg. Come noto, all’orchestra fu detto di continuare a suonare fino alla fine, perché tanto, come dice solennemente il Capitano Andrews nell’omonimo film, “Qualunque cosa facciamo, da questo momento, il Titanic affonderà.”

Non so onestamente se siamo nella fase in cui stiamo ignorando i messaggi di pericolo che ci mandano le altre navi o se siamo nella fase in cui l’orchestra sta suonando sul ponte, ma insomma la situazione mi sembra più o meno quella.

Aveva proprio ragione Monicelli nella sua famosa intervista a “rai per una notte”:

“In Italia non c’è mai stata la rivoluzione. C’è stata in Francia, in Inghilterra, in Russia, in Germania, dappertutto tranne che in Italia. Il riscatto di un popolo non è una cosa semplice, è doloroso, ed esige sacrifici. Se il popolo è disposto a sopportarli bene, sennò che vada alla malora, come sta andando da tre generazioni a questa parte”.

Io nel frattempo spero che qualcuno mi procuri delle pasticche di IM. Se proprio stiamo andando a schiantarci contro un gigantesco Iceberg, almeno quando arriverà il momento sarò con il sorriso sulle labbra.

Quis custodiet ipsos custodes?

who watches the watchmen

“Chi sorveglia i sorveglianti?” diceva il mio conterraneo Decimo Giunio Giovenale nella sua VI Satira, scritta intorno all’anno 100 d.C., lustro più lustro meno.

Già 2000 anni fa infatti si era capito che senza un equilibrio tra poteri, i “sorveglianti” sarebbero stati liberi di fare il bello ed il cattivo tempo, visto che non c’era nessuno che li sorvegliava a loro volta.

Dopo il ventennio fascista, i nostri padri costituenti passarono molto tempo ad interrogarsi su come evitare che in futuro un nuovo dittatore si potesse impadronire, come Mussolini, dello stato italiano in modo sostanzialmente legale, poco a poco, semplicemente sfruttando le falle esistenti nell’ordinamento legislativo ed incuneandosi in modo spregiudicato tra di esse. Cercarono di capire come eliminare quelle falle che avevano permesso a Benito Mussolini di prendersi, un pezzettino alla volta, tutto il potere di cui aveva bisogno. Capirono quindi che il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario devono essere ben separati e ben distinti, ed introdussero una serie di contrappesi apposti qua e là nella costituzione, per far sì che si venisse a creare un equilibrio tra i poteri, per far sì che essi si sorvegliassero a vicenda, impedendo di fatto che potesse di nuovo succedere quanto era successo nel ventennio, che in fondo, stringi stringi, è un po’ quello che Giovenale aveva intuito già 2000 anni fa.

Eppure questo concetto evidentemente tarda ad entrare nel patrimonio culturale del popolo italiano, se è vero (come è vero) che nessuno pare preoccuparsi più di tanto se laddove non può più riuscire un singolo, può comunque ancora riuscire una casta. L’unione da sempre, si sa, fa la forza.

Nessuno infatti sembra aver fatto caso più di tanto al fatto che la giunta delle elezioni del Senato si è pochi giorni fa pronunciata contro la Consulta, dichiarando (chissà come mai) “compatibili le cariche di senatore e sindaco”

Facciamo un passo indietro: la Corte Costituzionale, decidendo sul caso Stancanelli, senatore del Pdl e sindaco di Catania, aveva bocciato la legge n.60 del 1953, nella parte in cui non prevede l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di un comune con più di 20mila abitanti. La sentenza 277 / 2011 della Corte Costituzionale in particolare aveva chiarito come interpretare la legge sull’incompatibilità, e cioè in senso restrittivo e non nel senso che aveva sostenuto il centrodestra in questi anni. Sei sindaco? Non puoi fare il Senatore. Sei Senatore? Non puoi fare il sindaco. O l’una o l’altra cosa, decidi. Tutte e due insieme no, non si può.

In un paese normale (e civile) la giunta delle elezioni del Senato avrebbe dovuto semplicemente prendere atto della sentenza della Corte Costituzionale, ed avrebbe in sostanza dovuto diramare linee guida e tempi limite entro cui i nostri bravi senatori / sindaci / consiglieri di amministrazione / liberi professionisti (ma dove troveranno poi il tempo di fare 5 cose contemporaneamente, se una persona normale che ha un incarico che comporti un minimo di responsabilità fatica a svolgere egregiamente il proprio lavoro se non gli dedica come minimo 10 ore al giorno?) avrebbero dovuto, una volta tanto, riunciare ad uno degli N incarichi accumulati (tutti ovviamente con relativa indennità, benefit e rimborsi spese).

Equilibrio tra poteri: il potere legislativo ed esecutivo che tentano di arrogarsi dei diritti assurdi e che sono un oltraggio al comune buon senso, il potere giudiziario che interpretando ed applicando la legge ribadisce che no, cari senatori, le due cose insieme non si possono fare.

Cosa fa invece la giunta delle elezioni del nostro Senato? Decide, dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale, di votare contro le deliberazioni della Consulta, sostenendo che i senatori Azzollini e Nespoli, entrambi del Pdl, possono continuare a ricoprire entrambe le cariche, senza dover forzatamente optare per l’una o l’altra.

Viene quindi da chiedersi a questo punto, ma chi sorveglia i sorveglianti?

In un passo del dialogo La Repubblica del filosofo greco Platone (lib. III, cap. XIII) si asserisce che i custodi dello Stato devono guardarsi dalla ubriachezza, per non avere essi stessi bisogno di essere sorvegliati. La frase, in latino, recita: “Nempe ridiculum esset, custode indigere custodem”, ossia “È ridicolo che un custode debba essere custodito”. Evidentemente ai nostri senatori manca il senso del ridicolo.

P. S. Nel frattempo, la Regione Lombardia rischia di dover versare 340 mila euro come maxi liquidazione a Franco Nicoli Cristiani.

Franco Nicoli Cristiani, chi era costui? Semplicemente il consigliere del Pdl che si è dimesso dopo essere stato arrestato con l’accusa di aver intascato una tangente da 100 mila euro.

Arrestato per una tangente da 100 mila euro, e pure la liquidazione da 340 mila euro gli dobbiamo dare.

Riceverà il super bonifico entro sessanta giorni (bontà di noi contribuenti che paghiamo le tasse), insieme con un vitalizio da quasi 5 mila euro al mese. Leggo nell’articolo che Tfr e «pensione» dell’ex vicepresidente dell’aula sono finiti in tutta fretta nel bilancio del consiglio regionale approvato martedì. «A meno che – spiegano i funzionari del Pirellone – la giunta non decida di costituirsi parte lesa al processo». In quel caso, i pagamenti sarebbero sospesi. «Congelati» in attesa di giudizio. «Noi ci siamo limitati a dar corso alla pratica, sollecitati dalla segreteria di Nicoli. Quei soldi sono messi a bilancio, ma è chiaro che ci aspettiamo un segnale importante dalla giunta», commenta il presidente dell’aula, Davide Boni (Lega).

Sarò un malfidato, ma io ho il sospetto che il segnale che arriverà dalla giunta della regione Lombardia non sarà di segno tanto diverso da quello arrivato dalla giunta delle elezioni del Senato, voi cosa ne pensate?

I bimbi d’Italia si chiaman Balilla

Giovan Battista Peracchi

“I Bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, questo recita uno dei passi meno conosciuti(almeno fino a prima della bellissima esegesi dell’inno nazionale fatta a Sanremo da Roberto Benigni) dell’inno nazionale di Mameli.

Il Balilla in questione è Giovan Battista Perasso. Sebbene Wikipedia precisi che probabilmente il Balilla non fosse esattamente lui (forse era il soprannome di un altro popolano), di fatto egli lo è stato per l’immaginario collettivo. Giovann Battista Perasso è colui da cui il 5 dicembre 1746 prese le mosse la rivolta popolare contro gli occupanti dell’impero asburgico, nel quartiere genovese di Portoria. Colui che per primo scagliò un sasso, scatenando la rivolta nella popolazione, contro le truppe austro-piemontesi, che sotto il comando del ministro plenipotenziario Antoniotto Botta Adorno, occupavano la città.

Un gesto fatto probabilmente d’istinto e con l’assoluta inconsapevolezza di ciò che avrebbe scatenato. Un gesto tuttavia molto significativo, perché fu la classica scintilla capace di incendiare una situazione giunta ad un livello di esasperazione tale da superare qualsiasi soglia di sopportazione.

Giovan Pattista Perasso viene perciò ricordato come il ragazzino italiano che ebbe il coraggio di ribellarsi contro i soprusi intollerabili dell’impero asburgico, dello straniero occupante, e che fu capace di incendiare la rivolta del popolo. Ecco perché Mussolini scelse proprio la figura del Balilla come modello di riferimento per i giovani del regime Fascista.

Leggo oggi su un articolo del Corriere della sera che i consiglieri del centrodestra della regione Lazio (Franco Fiorito del PdL, ricordiamoci di questo nome alle prossime elezioni), con un blitz notturno, sono riusciti a far passare un testo che prevede l’indicizzazione annuale degli stipendi di consiglieri ed assessori sulla variazione del costo della vita. Ossia, per capirci, la stessa indicizzazione che è stata negata ai pensionati con più di 1400 euro al mese (secondo la tesi per cui essendo in tempi di crisi bisogna fare sacrifici), i consiglieri della regione Lazio se la reintroducono con un blitz notturno, e su indennità che raggiungono in qualche caso i 20.000 euro al mese.

Al popolo si chiede di tirare la cinghia, di pagare tasse a livelli insopportabili (nel 2013 raggiungeremo il livello record del 54%) e di fare sacrifici. La classe politica invece continua a gozzovigliare ed a detenere insopportabili privilegi, ad approvare norme e normette come questa, ed a non riununciare neanche ad una briciola dell’opulento convivio a cui tutti i giorni è invitata alle nostre spalle.

Da qui nasce spontanea la domanda: quanto occorrerà prima che arrivi un nuovo Balilla? I nostri politici oramai stanno camminando su un crinale molto pericoloso, anche se sembrano non rendersene affatto conto. Ho idea che di questo passo avranno prima o poi un brusco brutto risveglio.

Le parole sono importanti.

Le parole sono importanti

Come diceva Moretti nella sua celebre scena di “Palombella Rossa”, le parole sono importanti. Lo sanno bene i nostri legislatori, che a volte sulla presenza in un testo di legge di una parola piuttosto che di un altra si azzuffano e si accapigliano, e che proprio grazie all’ importanza delle parole ci prendono in giro e campano alle nostre spalle oramai da una vita. Ricordiamo come con la magica parolina “e assimilate” presente nella delibera CIP6 l’Italia (unico paese della comunità europea ad averlo fatto) trasformò magicamente l’energia ricavata dagli inceneritori in “energia rinnovabile” e pertanto meritevole di essere venduta ad un prezzo superiore al valore di mercato e di ricevere gli incentivi statali che noi poveri babbioni paghiamo in bolletta convinti di finanziare energia pulita.

Il sito della Rai a questo indirizzo recita “chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione dei programmi televisivi deve per legge R.D.L.21/02/1938 n.246 pagare il canone di abbonamento TV. Trattandosi di un’imposta sulla  detenzione dell’apparecchio, il canone deve essere pagato indipendentemente dall’uso del televisore o dalla scelta delle emittenti televisive”.

Ricordiamo che da tempo il canone Rai non è più un “abbonamento” ai programmi televisivi, ma una semplice tassa di possesso. Non a caso il sito non dice “chiunque guardi un programma Rai”, ma “chiunque detenga uno o più apparecchi” e indipendentemente dall’uso che ne fa.

Quindi chiunque abbia una TV, che guardi o no la Rai, è per legge obbligato a pagare il canone. Non basta, si noti l’altra finezza presente nella frase in questione: “apparecchi atti o _adattabili_ alla ricezione dei programmi televisivi”.

Il personal computer  è sicuramente un apparato adattabile a ricevere tramite la connessione internet o tramite una semplice scheda usb i programmi televisivi, quindi viene  equiparato alla televisione.

Quindi cosa decide di fare il Governo Monti: dal momento che tutte le imprese per lavorare utilizzano dei PC, decide che imprese e società avranno l’obbligo di indicare in dichiarazione dei redditi il numero dell’abbonamento alla Rai.

Certo, del resto le aziende hanno tutte almeno un computer, e si presume quindi che anche le aziende guardino la tv, mica lavorano.

E se uno non ha un pc né una televisione, beh volendo anche uno smartphone può essere considerato adattabile a ricevere segnali televisivi. Volendo essere puntigliosi anche il caricabatterie del cellulare o l’alimentatore esterno del notebook, se gli attacchi uno schermo, diventano un apparecchio adatto a far sì che il possessore possa vedere i programmi televisivi.

Ma traslando questo ragionamento agli estremi anche il vecchio condensatore che ti gira da secoli nella cassetta degli attrezzi, se gli attacchi  resistenze, diodi, fili, tubo catodico, ecc, diventa un apparato adatto a ricevere i canali Rai.

Praticamente a voler fare i fiscali chiunque deve pagare la tassa di concessione, gli unici esentati  sono al momento i residenti al cimitero. Scommetto che prossimamente anche per i tumulati troveranno un modo per far pagare il canone Rai. Pagheranno gli eredi al limite, tranne ovviamente nel caso di devolvimento dell’eredità alla classe politica o alla Chiesa Cattolica.

In cambio la nostra tv di stato ci darà tante belle informazioni faziose, tanti bei programmi educativi come L’isola dei Famosi, tanti belle fiction di bassa lega per fornire sempre nuovi spunti agli autori di Boris e tante carte di credito aziendali ai direttori dei TG per poterli mandare in missione a Cortina

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